Closure

•15 aprile 2017 • Lascia un commento

L’idea che ci sia qualcosa da chiudere, qualcosa di lasciato non detto che è meglio tirare fuori e dire. Il fatto di non trovare pace finché con quella persona non si parla e non la si affronta. Ecco, tutto questo è un’enorme stronzata e ci ho messo 30 anni a capirlo.

Ritrovarti a parlare con qualcuno che ti ha fatto male sperando che le cose si mettano a posto è da idioti. Cosa cerchi? Tieniti quelle certezze, quegli sguardi, quelle carezze. Tienitele perché la probabilità che siano meglio di ciò che potresti trovare è alta. Non ci credi? Bene.

Questa persona non l’ho vista per anni, e per anni mi sono portato un po’ la colpa di ciò che è successo. Ci eravamo fatti del male a vicenda ed ero convinto che, in fondo, ero stato io a iniziare. Tornando indietro coi ricordi non credo sia sempre stata quella la mia versione. O forse mi ci è voluto del tempo per ammetterlo. Fatto sta che il suo comportamento di merda aveva peggiorato la già terribile situazione in cui mi trovavo. Ma non posso fargliene una colpa, perché a conti fatti lei non c’entrava. Ciò in cui invece lei c’entrava eccome, era il fatto che alcuni documenti essenziali per il mio futuro dipendevano da lei che, a metà percorso, si era trovato un fidanzato molto importante (lasciato poi non troppo dopo e del quale mai se n’è sentito più parlare, figuratevi).

Ma va bene, in parte mi sentivo in colpa perché me l’ero andata a cercare. In parte il mio comportamento era stato infantile e immaturo, quasi quanto il suo. In parte. O almeno così credevo.

Non è ciò che penso dopo ieri, dove qualcosa mi ha fatto stare talmente male che mi ritrovo qui a scrivere su questo blog dopo mesi di inattività (che è un po’ quello che ho sempre fatto. Oramai neppure ci provo ad averne uno serio su cui scrivere, eh). E dopo averci pensato per una notte e una mattinata, sono arrivato a una conclusione.

Insomma, lei riappare dopo 3 anni, comportandosi come se nulla fosse (lei era a studiare all’estero, tornata dopo due anni circa in maniera semi stabile), e riprendiamo a parlare. All’inizio BOOM, sentimenti contrastanti, voglia di stare con lei, le scrivo, parliamo, risponde una volta ogni due giorni. Ci vediamo qualche volta, non succede nulla, mi abbraccia e tiene la mano a volte, altre è completamente fredda. I sentimenti passano, ma la voglia di voler capire cosa cazzo le passi per la testa no. Finché, riassumendo due mesi di esistenza, ieri sera accade.

Idiota me si era offerto di darle la mia lavatrice avendo una lavenderia a gettoni fuori casa (e contando che la suddetta persona mi ha aiutato a traslocare mi è sembrato in fondo equo). Mi viene a prendere, mi chiede di salire da lei ad aiutarla, così che poi possa cucinarmi qualcosa. Benissimo, equo anche questo, ho pensato.

Fin qui ci siamo?

Bene, il resto della serata è stato lo scoprire una persona orribile. Non so se le cose che mi abbia detto fossero state mirate o no, sta di fatto che mi hanno colpito e non poco. Ma non per le mie aspettative, che si c’erano, ma molto ridotte fino a qualche settimana prima. Mi hanno colpito per la pochezza e lo schifo. Una carrellata di tutto ciò che odio in una donna. Una sequenza interminabile di atteggiamenti di basso livello, di mancanza di sentimenti ed empatia. La carrellata dei ragazzi con cui è andata a letto, il vantarsi di ciò che studia e chi frequenta, il lamentarsi di quelli che non smettono di starle dietro, l’usare le persone unicamente per soldi. Tutto condito da un po’ di vittimismo e… non è questo il punto.

Il punto è che parlare con lei mi ha fatto sentire solo, parecchio solo. Non perché non potessi più averla (non ci tengo ad odiare me stesso così tanto), ma per tante cose legate ai ricordi. E’ come se un piccolo smottamento abbia fatto partire una reazione a catena, devastante, al punto tale da togliermi il sonno e farmi tornare l’ansia a livelli pre-2016. Benissimo.

Parlare con lei, avere una visione più chiara della situazione mi ha aperto gli occhi anche su altro. I rapporti umani inesistenti, anni in cui è la mia solitudine a padroneggiare, in un modo che non mi piace e non voglio che diventi la regola. Mi sto abituando alla piattezza altrui e mi ripeto che il problema sono io.

Oltre a capire che non c’era nulla da salvare e il male che credevo di averle fatto in realtà non è mai esistito, ho capito che gli ultimi anni, seppure utili da alcuni punti di vista, mi hanno portato ad accettare alcune cose che non avrei mai voluto facessero parte di me. E tutto inizia a starmi molto stretto.

Che cazzo di ragione andate cercando? Lasciate perdere, tenetevi quelle illusioni belle strette: la verità potrebbe essere molto peggiore.

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Mero Esercizio di Stile

•19 dicembre 2016 • Lascia un commento

– Come se le cose cadessero dal cielo, eh? Certo che ci vuole coraggio per dire che ti piace scrivere.
– Eh?
– Dici che ti piace scrivere, che scrivi.
– Sì, mi piace, lo faccio.
– No, dici di farlo, non lo fai. E puoi anche dire che ti piaccia, ma credo che alla fine ti piaccia unicamente l’idea.
– …
– Come hai imparato a parlare altre lingue, a suonare la chitarra? Hai imparato perché ti piaceva o il fatto che ti piacesse è stato il motivo per il quale ti sei impegnato a imparare?
– La seconda.
– E allora perché scrivere dovrebbe essere una cosa diversa? Qualunque cosa per risultare decente ha bisogno di impegno. Non puoi aspettarti che all’improvviso ti venga l’idea e che funzioni. Devi elaborare.
– E se non ne vale la pena?
– Ne vale sempre la pena. Almeno ci hai provato. Quello che è assolutamente male da qualunque parte lo si guardi è il non fare nulla e aspettarsi che il risultato cambi. Non funziona così, non è così semplice.
– Mediamente quanto tempo perdi ogni giorno a fare cose di cui potresti fare a meno?
– Direi da una a 5 ore, è difficile farne una media.
– Bene, sostituisci le perdite di tempo con qualcosa di creativo. Scrivi qualcosa ogni giorno, è una questione di pratica. Non conta cosa scrivi, scrivi e basta. Continui a dire che imparare una lingua ha bisogno di teoria ma anche di pratica, è così anche per qualunque attività creativa. Non conta quanto difficile possa sembrare, hai da fare pratica. L’unica cosa che porta risultati assicurati è la pratica. Non è detto che ti renda perfetto, non è detto che ne tirerai fuori un capolavoro, ma ti verrà più facile, imparerai a fare qualcosa. Mettiti all’opera e scrivi al posto di perdere tempo.

E non chiamarti mai scrittore o artista. Sei già abbastanza fastidioso come sei.

Fai la cosa giusta

•12 maggio 2016 • Lascia un commento

-Le uniche scelte di cui ci pentiamo sono quelle non fatte. Credevo fossero tue parole.

Si rigirò tra le mani il volantino della clinica, poi iniziò a piegarlo per dargli la forma di un animale.

-E lo sono, ma esistono scelte dalle quali non si torna indietro.
-Per esempio?
-Per esempio avere un bambino. O uccidere qualcuno. Scelte legate alla vita, o meglio, al valore che le diamo.
-…
-O decidere di farla finita e rinunciare a tutto ciò che verrà.

Posò l’animaletto di carta alla sua destra e scese dal tavolino sul quale era seduta. Iniziò a camminare verso la vetrata, lo sguardo fisso davanti a se.

-E se perdi interesse per tutto ciò che verrà? Se pensi che non potrà mai esserci nulla di interessante, o una via di uscita?- Disse la ragazza, respirando sul vetro.
-Allora devi iniziare a chiederti perché lo stai facendo. Devi iniziare a guardarti indietro e tentare di trovare le cause di questa mancanza di fiducia.
-E se non ti va? Se pensi che non ne valga la pena?
-Come può non valerne la pena?
-Se stai male a tal punto da desiderare di farla finita, non è forse la cosa giusta da fare?
-Non è questione di giusto o sbagliato,  è semplicemente la soluzione più semplice e indolore. Un colpo alla testa, un salto nel vuoto, un flacone di farmaci. Molto più problematico trovarsi un obiettivo, fare un cambiamento, perdersi dei rischi.
-Ne parli come se fosse facile, alcune persone semplicemente non vedono soluzione ai loro problemi. Non è mai facile.
-Non vedere una soluzione non significa che non ci sia. Suicidarsi perché qualcosa nella propria vita non va è come dare fuoco alle pagine del libro che, per qualche motivo, non riesci a continuare a scrivere. E’ come far esplodere il municipio per risolvere la cattiva amministrazione. Se la tua soluzione crea un’infinità di altri problemi, allora non è una buona soluzione.
Ricordi quando ci incontrammo vicino casa tua perché avevi bisogno di soldi?
-Sì. Ancora non riesco a credere che venisti sul serio a prestarmene.
-C’è una cosa che notai di te che mi incuriosì.
-Cosa?
-Guardi poco negli occhi e raramente ascolti ciò che gli altri ti dicono.
-…
-Se hai la stessa attitudine nei confronti nella vita, allora è chiaro che nulla sarà mai interessante per te. E’ chiaro che, presa come sei dalle tue convinzioni e dai tuoi pensieri non potrai fare altro che elevarti su un piano totalmente distante dal resto.
-Mi fai così arrogante?
-Ti faccio come ti vedo. E so benissimo che darti consigli è inutile, quindi non starò qui a dartene. Spero unicamente tu faccia la cosa giusta.
-E la cosa giusta sarebbe?
-Prendersi le responsabilità delle cause che portano a fare scelte drastiche. E pensare a cosa accadrà una volta che tu non ci sarai più, ergo prendersi le responsabilità dei problemi che lascerai a coloro che restano.

Mi guardò negli occhi per una manciata di secondi, prima di tornare verso il tavolo. Prese l’animaletto di carta e mi si avvicinò.

-Cosa credi che sia?

Lo scrutai per qualche secondo.

-E’ un maiale?
-Un maialino, sì. Me lo insegnarono a fare da piccola. Mi piace disseminarne in giro, immaginare che la gente li trovi e se ne prenda cura. Di recente ho smesso ma mi piacerebbe ricominciare.
-Di questo me ne prendo cura io allora. Preferirei un aquila però.
-Impara a farne una allora- Disse dirigendosi verso la porta.

Sic transit gloria mundi

•28 aprile 2015 • Lascia un commento

Seduto nell’ufficio vuoto mi rendo conto che ho già sprecato 40 minuti a far nulla. Sono volati questi minuti, non mi sono neppure vagamente accorto dello scorrere del tempo. Navighi su qualche pagina di un social network, un link da una parte all’altra e via, ti arriva il conto della tua procrastinazione. Purtroppo non c’è un contatore fisso da guardare ogni giorno per ricordarsene; la vita arriva in momenti ben precisi a sbatterti in faccia la tua incapacità di fare qualcosa con il tempo a tua disposizione. Non ho tempo è uno dei tanti modi di dire “non sono capace”, una delle migliaia di espressioni che giornalmente usiamo per non ammettere la resa: non tutti siamo fatti per grandi cose, buona parte di noi, la stragrande maggioranza a malapena riesce a far entrare un giorno in 24 ore. D’altra parte la maggioranza di noi non ha sul serio grandi ambizioni, inizia a interrogarsi sulle proprie scelte di vita quando è già tardi e non può far nulla per cambiare le cose. Non tutti siamo fatti per percorrere la strada che porta alle grandi cose per le quali non tutti siamo fatti.

Se c’è una cosa che ho imparato nella mia vita è che stare fermi ad aspettare è sempre un male. Ho buttato 4 anni della mia vita in quel modo e non ne sono felice, eppure 4 è meglio di 20. 4 sono recuperabili quando sei ancora nei tuoi 20. Il fatto che poi molti di noi non lo facciano anche dopo essersene resi conto è a tutti gli effetti un’altra cosa.

Come fare per non perdere tempo? Vorrei avere la capacità di resistere un’intera giornata di lavoro senza sentirmi stanco e aver bisogno di mezz’ora di sonno nel pomeriggio, ma mi pare impossibile. Certo è già un risultato incredibile pensare che io riesca a svegliarmi presto la mattina senza sentirmi uno zombie, ma allo stesso modo ho l’impressione di avere qualcosa in meno rispetto all’animale uomo comune. Ma anche se riuscissi a star fuori casa un giorno intero, per 15-16 ore, senza sentire quella stanchezza che dopo pranzo inizia a fondermi il cervello rendendolo inutilizzabile, riuscirei a rendere produttivo il mio tempo? Sia ben chiaro, non esiste nessuna regola che ci imponga di essere produttivi nella nostra vita. Il fatto che io sia qui a pormi il problema mentre gli altri si preoccupano a malapena di cosa mangeranno a pranzo è già un chiaro segno di squilibrio. Il fatto che io me lo ponga da parecchi anni senza riuscire a farci nulla è un segnale inconfondibile di un circolo vizioso autodistruttivo.

Morale della favola: o fai qualcosa per ridurre il tempo sprecato o smetti di lamentarti. La seconda mi pare impossibile però…

Mostri

•22 febbraio 2014 • Lascia un commento

“サシャ他人に興味なさそー(笑)” – Sembri il tipo di persona a cui non interessano gli altri
“Perché sei così? Da chi hai preso? Eppure io e tuo padre non siamo così”

Io ho decisamente problemi enormi a relazionarmi al prossimo. Non so da dove cominciare quando devo parlare del rapporto tra me e gli altri. C’è sempre il rischio altissimo di finire con un “nessuno mi capisce”, che dal mio punto di vista è un modo odioso per giustificare atteggiamenti di merda, eppure di recente mi sto rendendo conto sul serio che la visione che ho di me e quella che gli altri hanno di me sono due mondi a parte. O meglio, sono così preso e perso in me stesso da non riuscire a capire chi sono io al di fuori della mia testa. Ho l’impressione che la gente mi veda come una sorta di enorme mostro, con un ego gigante ad abbracciare tutte le sue parole e le sue azioni. Comprensibile in parte, vista la generale piattezza che mi circonda, eppure quando paragono quel mostro con la mia insicurezza, il mio continuo rimuginare, la semplicità con la quale passo dal sentirmi padrone del mondo a mendicante, non capisco dove fallisca io a far uscire anche minimamente chi sono. E quando ci provo, quello che ottengo è una sorta di muro bianco. Sei profondo, sei intelligente, mi hai aperto gli occhi su certe cose.

È come se tu non avessi bisogno di nessuno.

Io sono quel mostro?

No, per nulla, è l’opposto. Io ho bisogno, schifosamente bisogno degli altri, e mi odio per questo. Io vorrei poter essere quel mostro, cadere in una sorta di trance, diventare lievemente autistico e disinteressarmi totalmente a coloro che ho intorno. Vorrei poter vivere la mia vita felice sapendo che tutto ciò di cui ho bisogno è dentro me. Soffro così tanto nell’essere come sono e per gli altri sono quel mostro. Non necessariamente in senso negativo, non per forza da vedere come persona orribile con la quale non vorresti avere nulla a che fare (per fortuna), ma in ogni caso ben distante da quello che sono. Certo, qui il discorso è vecchio e stereotipato, ognuno ha le sue maschere, raramente la gente mostra ciò che è. Devo ammettere che la mia quasi totale mancanza di tabù mi porta ad avere pochi problemi nell’esporre le mie idee, in quanto non temo il giudizio altrui (e perché solitamente non parlo senza cognizione di causa), eppure più mi sforzo di non essere una maschera, più cerco di allontanarmi dal mio ruolo, più mi rendo conto che non c’è via d’uscita. La verità difficile per me da accettare è che l’essere umano medio non riesca a inquadrarmi per quello che sono. Non mi va di dare la colpa agli altri per questo “problema”, in quanto sono conscio del mio modo di essere e pensare non proprio canonico, però questo non fa che accrescere la mia condizione di persona sola. Questo influisce di conseguenza sul mio rapporto con gli altri, portandomi a vedere nemici ovunque, anche lì dove non avrei motivo di averne.

Se faccio una breve ricapitolazione degli ultimi anni, posso vedere una certa tendenza mia ad aver alimentato un ruolo, un personaggio, da presentare agli altri. Come una compagnia di marketing ho venduto me stesso basandomi su una certa forma di persona mondana che ora mi va stretta. E paradossalmente questo mio modo di essere mi ha fornito popolarità, nel bene e nel male. Molte persone mi odiano, ad alcune piaccio, e questa è la normalità dei fatti. Eppure non sono io. Quelle persone odiano/amano qualcuno che non sono io. Io devo necessariamente rendermi umano per uscire fuori, devo necessariamente darmi una forma che sia comprensibile. I miei pensieri sono spesso un mondo a parte, tutto ciò che è nella mia testa è un intero universo che si scontra con la realtà di ogni giorno quando apro la bocca. Eppure io sono unicamente quelle quattro parole, io sono unicamente quelle due stronzate. Ma è così per tutti, no?

Credevo fossi una persona molto più frivola.

Perché forse hai conosciuto una persona simile. O perché è l’unico aspetto che riesci a vedere e capire. O il mostro che sono è talmente grande da oscurare completamente la realtà dei fatti. Non riesco sul serio a capire dove iniziano le mie colpe da questo punto di vista. Questa presenza ingombrante impedisce anche a me di vedere chiaramente la situazione. Almeno la gente di solito non pensa io sia stupido, e questo è qualcosa di positivo. Però credo si soffermi sulle cose più semplici e facilmente interpretabili. Ed è sempre stato così e così sarà. E dentro di me è il caos, dentro di me c’è la preoccupazione del sembrare debole, vulnerabile. Sono così stupido da credere che i sentimenti “negativi” traspaiano mentre i negativi siano invisibili. Non è vero, io sono quel mostro e il mostro è sempre lì, fermo, immobile, a coprire ogni cosa. Malinconia, senso di vuoto, un qualunque tipo di malessere. Non ho la più pallida idea di cosa voglia, mi senti?

Non ho la più pallida idea di cosa ci sia di buono adesso.

Basta un nulla e mi perdo nuovamente nella mia testa, nei miei pensieri. Parafrasando una canzone, io cambio non cambiando affatto, superando gli enormi ostacoli che mi pongo davanti, diventando più forte, più freddo, più distaccato e restando lo stesso mostro di sempre. Fuori tutto invecchia, si sgretola e io non faccio altro che confrontarmi con gli stessi problemi di 10 anni fa, con la differenza che passo da momenti sì a momenti no con una naturalezza spaventosa, trasformando ciò che prima erano “periodi” in un continuo susseguirsi di tensione e ansia. E continuo a non avere costanza, continuo a sprecare la mia vita, e finché continuerò a farlo non potrò pretendere di essere visto diversamente. Accetterei facilmente tutto se non fosse che ho un enorme bisogno di buttare fuori quello che ho dentro. Purtroppo continua ad esserci un enorme mostro a impedirmelo. L’ho creato io, ma ha preso vita propria.

Tracce di vapore

•4 febbraio 2014 • Lascia un commento

Non avevo bisogno di motivazioni che mi spingessero ad amare un album come Vapor Trails dei Rush, tutto ciò che è venuto dopo l’averlo ascoltato è stato un di più inutile. Con certe band, con certi album, hai una connessione. La musica non è altro che sentimento che prende forma, non ha nulla di tangibile. Certo, esiste fisicamente, è misurabile, è trascrivibile, ma non mi si dica che tutto ciò che c’è dietro alla scrittura di un pezzo sia pari alla creazione di un tavolo. Magari è così e sono io a mancare di comprensione nei confronti dei tavoli, ma questo è un altro discorso. I Rush mancavano dalle scene da un po’, 6 anni, e ci tornarono con uno degli album più “pesanti” della loro carriera. Pesante è un aggettivo che va preso con le pinze quando si parla di loro. Si potrebbe dire che si tratta anche di uno degli album più cupi, ma questo pure trarrebbe in inganno coloro che del trio canadese sono a digiuno. È conoscendo i loro lavori precedenti che si riesce a sentire cosa c’è di diverso in VT. Dal 1998 al 2002 la band si ferma. Neal Peart, il genio, il batterista che quasi tutti i batteristi vorrebbero essere, viene preso a calci dalla vita, due volte. Nel 1997 muore la figlia in un incidente stradale. Nemmeno il tempo di odiare tutte le scelte che ha fatto fino a quel giorno, e nel 1998, dopo 10 mesi perde la moglie a causa di un tumore. “È morta di crepacuore[…] Un lento suicidio per Apatia. A lei non interessava più vivere.”
La band è data per finita. Neal Peart, il batterista che tutti dovrebbero voler essere, si rifiuta di suonare. Nessuno si augura di sapere cosa abbia provato quell’uomo, a nessuno lo si può augurare. Immagino questo significhi ritornare a casa la sera e non trovarci più nessuno, con la consapevolezza che nessuno più ci sarà. Immagino che quello sia toccare il fondo a un certo punto, e che confrontarsi con quel dolore richieda un enorme sforzo. Ma Neil Peart balzò in moto, e si fermò soltanto quando ci fu un po’ di chiarezza. Si girò buona parte dell’America del Nord, tra Canada, Stati Uniti e Messico e raccontò in un diario tutto ciò che gli passava per la mente. Ghost Rider: Travels on the Healing Road è il nome del libro che ultimò una volta finito. Ghost Rider è anche il titolo di una delle mie canzoni preferite del disco.

Shadows on the road behind
Shadows on the road ahead
Nothing can stop you now

I Rush sono 3 persone però, non si può pensare che l’intero album giri intorno all’umore del batterista, ma i testi li scriveva praticamente quasi sempre lui, nonostante a cantare fosse Geddy Lee. Non so cosa darei per avere un minimo del suo talento. È veramente brutto, ma quello che fa me lo rende una divinità. La sua voce è inconfondibile, la sua tecnica eccellente. Ogni nota suonata da quest’uomo è la nota che dovrebbe essere. Geddy Lee è il mio bassista preferito, ed è una di quelle persone in grado di donare ispirazione con un semplice sguardo. Sto esagerando? Senza dubbio, ma l’amore fa fare questo e altro. Una volta vidi un paio d’occhialini a lenti tonde che la gente definirebbe probabilmente “alla John Lennon” o al massimo alla Ozzy Osbourne. Avrò avuto 18 anni, e per me erano alla Geddy Lee. Credo sia colui più influente a livello di songwriting nella band, non per niente si occupa di basso e sintetizzatori, contemporaneamente. Lui si ferma e inizia a suonare la tastiera. Oppure sposta una mano dal basso mentre ancora mantiene le note. O attiva qualche effetto coi piedi, sempre cantando. Voi siete dei miseri umani.

Silence all the songbirds
Stilled by the killing frost
Forests burn to ashes
Everything is lost

Horizon to horizon, memory written on the wind
Washed away like footprints in the rain
Swept away like voices in a hurricane

In a vapor trail
In a vapor trail

Alex Lifeson è un chitarrista in grado di essere al 98° posto tra i chitarristi migliori per Rolling Stones (una classifica vergognosa a mio avviso) e al terzo per quanto riguarda una sondaggio online dei lettori di Guitar World, dove viene dopo Van Halen e Brian May. La verità è che Alex Lifeson tra i 70 e gli 80 era una bestia virtuosa, in grado di deliziarci con album come Hemispheres e Moving Pictures. I Rush erano il prog rock puro e duro, quello che veniva dai Led Zeppelin e andava verso dove cazzo gli diceva la testa. La verità è che senza Alex Lifeson oggi ai chitarristi più famosi mancherebbe qualcosa. Di sicuro senza i Rush non avremmo i Dream Theater. Sembra un po’ un contentino parlare così del signor Lifeson, ma negli ultimi tempi pare si sia calmato molto, abbandonando eccessivi tecnicismi per il bene della musica, e non è una cosa che dispiace a uno come me, che tra 20 anni sarà vecchio. In Vapor Trails la sua presenza è importante, ma raramente sono le parti di chitarra a restarmi impresse. Il che è forse un traguardo, visto che solitamente è proprio la chitarra lo strumento che ascolto più degli altri.

You can never break the chain
There is never love without pain
A gentle hand, a secret touch on the heart

Ad ogni modo, Vapor Trails è uno di quegli album che rientra nella categoria “speciali” per me. Lo metto nei momenti in cui sono giù, ma non troppo. Meno intimo di quanto Soundgarden o Smashing Pumpkins siano in grado di darmi oggi, eppure incisivo. Colpisce una parte di me e, in fondo, va bene nei momenti in cui ho bisogno di pensare che andrà tutto bene. In fondo se ce l’ha fatta Neal Peart dopo quel disastro, posso farcela anche io, che di problemi non ne ho ma mi sforzo di trovarne, che immagino sia una sorta di punto distintivo di coloro che hanno una testa a rotazione perpetua. Almeno sono riuscito nella mia missione di scrivere qualcosa di non eccessivamente criptico o pesante. Yup.

Lettere da un posto molto lontano

•26 gennaio 2014 • Lascia un commento

Heh, l’ho scritto e non l’ho pubblicato. E in parte non mi rappresenta più.
Potrebbe tornare utile però, quindi lo pubblico in ogni caso, che tra le bozze non ha molto senso.

Quanti mesi sono passati questa volta? 3, 4? Non mi sarei mai aspettato ci sarebbe stato questo di mezzo. Non mi sarei mai aspettato sarebbe stato così, almeno. Quando ti metti in testa di cambiare le cose finisci sempre per buttarti di testa e dimenticarti del resto del corpo. Fai i conti limitati solo a ciò che ti riguarda. Metti da parte tutto ciò che hai intorno. Pensi che il cambiamento arriverà e sarà una sorta di momentaneo bozzolo nel quale rinchiudersi per poi uscirne velocemente, con le ali nuove, pulite e leggere. Ma nel bozzolo ci resti più di quanto immaginavi. Le ali ti sembrano già perfettamente formate ma non riescono a squarciarne le pareti interne. Più spingi e più ti fanno male. Il tuo corpo fa male, ti sembra che le pareti siano spessissime e più spingi più ti sembra di star sprecando tempo. Poi d’un tratto realizzi che è qualcosa fuori a impedirti di uscire. E il dolore aumenta. Inizi a chiederti se ne uscirai mai. All’improvviso un’ala squarcia un lato del bozzolo e credi di essere salvo. L’ala si incastra e dall’alto della speranza a cui ti stavi appigliando scivoli ancora più in basso. Inizi a pensare che l’ala potrebbe spezzarsi. Che se ciò accadesse non ne crescerà mai più un’altra. Che se questa volta le cose andassero male, saresti costretto a  strisciare per sempre. In quel momento stai facendo i conti con il passato, nulla di più. La situazione di ansia perenne in cui mi trovo da mesi sta totalmente perdendo di logica. Ogni volta che trovo una causa cerco di fare il possibile per risolverla, ma mi ritrovo schiacciato dal doppio degli eventi nel giro di poche ore. È insostenibile, mi sento un peso per coloro che ho intorno e non riesco a vedere l’uscita da questa situazione.